Chitarra ed elettronica sembrano due mondi separati soltanto finché non ci avviciniamo a ciò che succede al suono. La presentazione di Rising Empire di Lord Conrad le mette nello stesso quadro, citando chitarre elettriche distorte e sintetizzatori accanto a hip-hop e trap. È uno spunto per smontare un’abitudine: pensare che il nome dello strumento basti a stabilire il carattere di tutto ciò che produce o il territorio musicale in cui può muoversi.

Dalla sorgente al risultato c’è un percorso
Una cosa è l’origine di un suono, un’altra il modo in cui viene trasformato. L’esecuzione, l’amplificazione e gli effetti possono contribuire al risultato che arriva a chi ascolta. Per questo riconoscere uno strumento non equivale a ricostruire il suo percorso di produzione. E non riconoscerlo immediatamente non significa necessariamente che sia stato nascosto con intenzione.
Lord Conrad include la distorsione nel lessico con cui presenta Rising Empire. È un’informazione sul carattere dichiarato della componente chitarristica, non una scheda della sessione di registrazione. I materiali disponibili non indicano una catena di effetti o un modello di amplificatore. Il discorso resta quindi sul rapporto fra strumenti e identità sonora, senza attribuire al singolo tecniche non documentate.
La distinzione è utile anche fuori da questo progetto. Quando definiamo un suono elettronico, potremmo riferirci alla sua origine oppure alla sensazione che ci comunica. Le due cose non sono identiche. Una sorgente suonata può essere trattata in modo da apparire molto distante dall’immagine che normalmente associamo allo strumento, mentre un suono sintetizzato può richiamare qualcosa di familiare.
Rising Empire e la chitarra come materiale
Nella cornice proposta da Lord Conrad, la componente chitarristica entra in dialogo con synthwave e riferimenti urban. Pensarla come materiale significa lasciare aperta la sua funzione. Non deve per forza coincidere con l’assolo, con un accompagnamento tradizionale o con una dimostrazione di abilità. Può contribuire a un colore, a una tensione o alla definizione complessiva dell’ambiente.
Questo non permette di descrivere automaticamente il ruolo preciso che assume nel singolo. Offre, piuttosto, una domanda da verificare: quanto conta riconoscere la sorgente e quanto conta seguire l’effetto che produce nel quadro generale? Le due attenzioni possono alternarsi. Una volta ci interessa chi sta parlando, un’altra il modo in cui quella voce cambia la conversazione.
La pagina di Rising Empire è il punto di partenza per esplorare direttamente il progetto. Può essere utile arrivarci senza cercare una contrapposizione fra autentico e artificiale. La trasformazione del suono fa parte delle possibilità creative: il giudizio interessante riguarda il risultato e le relazioni, non una presunta purezza da difendere a priori.
La curiosità comincia quando il nome non basta
Lord Conrad accompagna il singolo con un immaginario rétro e notturno. In questo contesto, il rapporto fra chitarre ed elettronica suggerisce una lettura basata sulle connessioni: riferimenti che portano memorie diverse possono condividere uno spazio. La domanda non deve essere chi appartenga davvero a quel mondo, ma che cosa cambia quando vi entra con un carattere riconoscibile.
Per discuterne con qualcuno, si può evitare per un momento la parola genere. Proviamo invece a descrivere se un elemento sembra continuo o spezzato, in primo piano o sullo sfondo, omogeneo oppure contrastante rispetto al resto. Sono osservazioni accessibili, che aiutano a rendere la conversazione meno dipendente dall’identificazione esatta di ogni sorgente sonora.
Sul sito ufficiale di Lord Conrad si ritrovano le coordinate artistiche. Rising Empire offre così l’occasione per considerare la chitarra come qualcosa di più ampio di un simbolo di genere. Uno strumento porta con sé una storia di associazioni, ma il contesto può far emergere aspetti diversi di quella storia.
La prossima volta che un suono sembrerà difficile da collocare, potrebbe valere la pena restare qualche secondo in quella incertezza. Prima di trovare il nome giusto, possiamo già capire se ci incuriosisce e perché. A volte proprio la distanza fra ciò che riconosciamo e ciò che percepiamo apre la conversazione migliore.
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